Pacheca Superior 2022. Quinta de Pacheca.

data degustazione: 10/04/2025

Pacheca Superior 2022, ovvero l’eleganza dell’inaspettato.

Terroir: Sottozona del Douro Superior, la più orientale e calda della Valle del Douro, in Portogallo. I vigneti di Quinta da Pacheca sono piantati su suoli di scisto, una roccia che trattiene il calore durante il giorno e lo rilascia di notte, favorendo una maturazione uniforme delle uve. Il clima secco e le intense esposizioni solari stressano le viti, concentrando i sapori e producendo bacche piccole con bucce spesse, ricche di tannini e composti fenolici. Queste condizioni, unite all’influenza rinfrescante del fiume Douro, conferiscono ai vini profondità, mineralità e un eccellente potenziale di invecchiamento.


Ci sono nomi che suonano sbagliati.
Pacheca, ad esempio, sembra la compagna disperata di uno spacciatore colombiano, oppure un personaggio secondario in un western girato male.
È un nome che non vorresti leggere su una bottiglia di vino.
Eppure eccolo lì, in etichetta nera, sobria, con uno stemma più adatto a un palazzo sabaudo che a una cantina del Douro.
Dissonanza cognitiva? Sì.
Ma accettabile.

L’ho assaggiato coravinando. Che già è un verbo osceno.
Ho trafitto il tappo con un ago e ho pompato gas nobile dentro il liquido per non aprire del tutto la bottiglia.
Tecnologia che sa di paranoia. Ma funziona.

Il naso è vivo.
Frutta scura non meglio precisata. Una voce che parla ma non si presenta.
(Corso AIS ancora da iniziare. E forse va bene così.)

Il vino è portoghese, della Valle del Douro.
Regione poetica solo a pronunciarla. Mai visitata, ovviamente. Ma la visiterò.
Magari sotto terra, in cantina, a dispetto della mia famiglia che vorrà invece vedere chiese e coste.

Il vino è un blend democratico, nel senso etimologico: cinque vitigni, ognuno col suo piccolo voto:
– Touriga Francesa
– Touriga Nacional
– Tinta Roriz
– Tinta Barroca
– Sousão

Cinque nomi che sembrano usciti da un romanzo ottocentesco.
Eppure si bilanciano.
E il risultato è quello che conta.
Come sempre: ciò che si percepisce, non ciò che si dichiara.

In bocca è setoso, mai molle. Tannini presenti, ma pettinati.
Un vino composto.
Non austero, ma educato.
Non ruffiano, ma desideroso di piacere.

Costa 15 euro.
E questo complica il giudizio: perché va benissimo così.
E forse anche troppo.

Fermentazioni gestite con la noia tecnica dei chimici (25°C, malolattica contestuale, eccetera).
Chi se ne importa.
Conta solo l’anno in botte di rovere francese.
Quello sì, si sente. Quello plasma.

L’etichetta è un paradosso.
Nera, stemma nobiliare, lettering moderato.
Pare progettata da un architetto del MIUR.
Voto: 22/30.


Non emoziona, ma rassicura.
Se l’avesse vista Andreotti, ci avrebbe messo sopra uno scudo crociato e l’avrebbe regalata a De Mita.


Musica:
William Bell – Eloise (Hang on in There)
Tony Bennett & k.d. lang – A Kiss to Build a Dream On

Il soul e il velluto vocale.
La cornice ideale per un vino che non doveva piacermi, ma lo ha fatto lo stesso.

Sono entrato nel Pacheca con tutti i pregiudizi del mondo: sul Portogallo, sui nomi, sulle etichette, persino sulla tecnologia.
E ne sono uscito con un sorriso educato e il palato ammorbidito.
Non mi ha convertito, ma mi ha ricordato che l’eleganza può annidarsi anche dove non l’aspetti.
E che un vino, se fatto bene, riesce a zittire perfino la superbia di chi scrive.

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