Etna Bianco 2023. Giovanni Rosso.

data degustazione: 16/04/2025

L’Etna (bianco), Langhe edition. 

Terroir: Nasce a Solicchiata di Castiglione di Sicilia, sul versante nord-orientale dell’Etna, a un’altitudine compresa tra 730 e 750 metri. I vigneti godono di un’esposizione nord/nord-est, beneficiando di un microclima unico caratterizzato da forti escursioni termiche tra giorno e notte. Il suolo è di origine vulcanica, ricco di minerali come ferro, rame, fosforo e magnesio, derivanti dalla disgregazione di lave, ceneri e sabbie di diverse epoche eruttive . Queste condizioni favoriscono una maturazione lenta delle uve, conferendo al vino freschezza, mineralità e un profilo aromatico distintivo.​

Certe cose non le capisci subito. Tipo perché un barolista delle Langhe si mette a fare un Etna Bianco. O perché continui a frequentare persone che mettono l’ananas sulla pizza. Certe cose, appunto.

La bottiglia arriva da Giovanni Rosso, uno che col Barolo ci sa fare eccome. Ma poi gli gira così, e decide che anche il Catarratto – a 750 metri di altitudine su suolo vulcanico – può essere langhizzato. Che non è una bestemmia, ma un’operazione chirurgica enologica a cuore aperto: prendi la Sicilia, le dai una pettinata sabauda, e le fai dire “bonjour” davanti al cratere.

L’avevo assaggiato la prima volta in cantina. In mezzo a una giornata bellissima, con Alberaccio come compagno di scorribanda e una cantiniera che pareva Caronte in gonnella, ma con più savoir-faire. Quello che allora mi sembrava un esperimento forzato – un Catarratto travestito da Blangè – mi ha messo il dubbio. Quindi me ne sono portato a casa una. Una bottiglia. Il dubbio è restato.

Poi, a casa, ho fatto come si fa con le relazioni: l’ho aperta con calma. Musica in sottofondo:

Albert King – “Angel of Mercy”, Sunshine Anderson – “Being Away”. Un po’ di blues, un po’ di R&B, ché il vino va ascoltato più che bevuto.

E qualcosa è cambiato. Non so se è stato quel ricordo dolce della cantina, o il fatto che stavolta non avevo sulle spalle ventidue vitigni in fila come i peccati in confessionale. Ma il vino ha parlato. Chiaro.

Agrumi. Mandarino. Forse zenzero candito. Forse no. (Disclaimer: non ho fatto il corso AIS. Quando lo farò, avrò visioni olfattive tipo “ananas al forno” o “cristalli di mango in camicia”, come i sommelier di Wine Spectator. Per ora mi godo le allucinazioni normali.)

Questo Etna Bianco 2023 mi ha convinto. Ha corpo, ha carattere, ha quella sicilianità trattenuta che non si spiega. Un vino che se la tira. Non alla milanese. Alla piemontese. Con understatement e vaniglia in sottofondo.

L’etichetta? 24/30. Mi ha fatto impazzire. C’è l’Etna, c’è lo stemma piemontese, c’è il triangolo Castiglione di Sicilia–Serralunga d’Alba–Francia (!). Una roba che ti confonde. Come le donne intelligenti: ti fa venire voglia di capirla, ma anche di arrenderti con un sorriso. Aggiungici la capsula elegante e la scritta “Giovanni Rosso Sicilia”. Ti fa girare la testa. Serralunga d’Alba, Sicilia. Boh.

Ma mi piace. È un vino che ti dice che puoi anche non capirlo del tutto. Ma se gli dai tempo – e la musica giusta – ti racconta una storia. Una che vale la pena bere.

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