Luglio 2025
Musica:
“Liberi liberi”, Vasco Rossi
“Volevamo solo essere felici”, Francesco Gabbani
Ero in giro in Oltrepò con Alberaccio. Non è un luogo che frequento: praticamente mai, direi. Eppure quel giorno eravamo lì per un motivo preciso: portare in quelle colline il nostro format da cinquantenni appassionati di vino. In cosa consiste? Nulla di complicato: lancio un’idea basica ad Alberaccio e vediamo che succede.
“Perché non andiamo una giornata in Oltrepò? Visitiamo un paio di cantine che ci ispirano, che ne dici? Saranno due o tre mesi che non lo facciamo. Una di queste potrebbe essere l’azienda agricola Barbacarlo: oltre la celebrità, puro mito. No?”
Alberaccio di solito o contesta e rigetta, oppure abbraccia e plasma a suo gusto, secondo il suo setting mentale.
“Panigada dobbiamo visitare” – mi risponde trafiggendomi con uno sguardo da ebete smascherato – “e poi va bene Barbacarlo, da Giuseppe Maga”.
Si appropria dell’idea come se fosse venuta a lui, o gliel’avesse suggerita Bacco in persona, apparendogli in sogno.
Alberaccio continua: “In mezzo ci mettiamo un pranzo in un ristorante di San Colombano che conosco io, dove ci beviamo una boccia di Panigada (again!) a prezzo di costo”.
“A prezzo di costo? Al ristorante?” – gli rispondo. – “Ma sei sicuro?”
“Tranquillo” – mi dice – “lo conosco bene”.
“Va bene” – concludo.
Ultimamente sono accomodante da fare schifo. Dev’essere l’età. Ho superato i cinquanta, sfioro i cinquantacinque, e sono cambiato; anzi, sto cambiando anche mentre scrivo. Per certi versi mi piace questa metamorfosi, anche se a volte rimpiango l’incoscienza di un tempo: quella che più di una volta mi ha salvato la vita, o messo definitivamente nei pasticci.
Alberaccio calcola tutto: percorso, orari, ritrovo, auto. Non c’è spazio per gli imprevisti. Controllo è la parola d’ordine.
Controll‑o‑o‑o‑o‑ooo!
È il suo mantra. Tutto organizzato, schematizzato, controllato. Tanto poi ci pensa il Caso a disarticolare tutto.
A me va bene così. Nel lavoro sono ordinato; nel privato mollo la presa. Mi piace questa alchimia tra me e Alberaccio: più lui pensa di tenere le redini, più il destino s’infila di traverso.
Accade sempre: le cose si ribellano, il programma s’inceppa, e succedono eventi inaspettati, di solito piacevoli.
Così è andata anche stavolta.
La volta precedente era successo nelle Langhe: il copione si era ribellato con garbo e ironia, e noi due, senza testo, eravamo andati a braccio. Come musicisti a cui salta il playback e devono cantare a cappella; due guitti picareschi che navigano a vista. È lì che mi diverto di più: mi piace farmi portare dalla corrente, osservare Alberaccio che oppone resistenza ai mulinelli e poi, stremato, si lascia andare, finché – risucchiati in basso – accediamo a un nuovo livello, più ricco e profondo.
E pensa che alla fine piace anche a lui.
All’inizio Alberaccio ci rimane male, come un difensore a cui, davanti alla porta, portano via in scivolata il pallone del primo e unico gol della carriera. Prima ci rimane di merda e poi, piano piano, capisce. “Difensore sei, mica attaccante: torna nei ranghi e divertiti come sai”, gli sussurra l’io interiore.
Smontato lo scudo, può partire il minuetto che tanto ci diverte. Comincia l’avventura.
La mattinata da Panigada – presunta vecchia conoscenza di Alberaccio – è pianificata con precisione austriaca (svizzera sarebbe troppo anche per lui). Inutile dire che Panigada, oramai chiara millanteria di relazione, doveva riceverci in cantina; ma, puntuale come un orologio, un’ora e mezza prima del nostro arrivo si dà alla macchia. Vecchia conoscenza, certo.
Facciamo comunque la visita alla micro‑cantina, con il fidato factotum Vito (ne ho scritto nell’articolo sul “Banino Bianco 2024” su winerly.blog), poi andiamo al ristorante: lì il Banino Rosso 2018 Riserva “Vigna la Merla” doveva essere a prezzo di costo. Doveva.
Pazienza: bello così. Il copione, tra l’assenza di Panigada e il vino al prezzo per due virgola cinque, mostra ancora una volta la sua stoffa.
Risaliamo in macchina verso la perla dell’Oltrepò: il sacro Graal del vino fatto bene, quello assemblato con fatica, rispetto, amore e passione. Il top, in pratica.
Alberaccio mi ricorda che lo avevamo già degustato durante una delle nostre sedute di Tirovino, club scalcinato di sedicenti degustatori – e amici – di cui racconteremo presto, ma non ora.
Io, di Barbacarlo, ho una bottiglia in cantinetta a temperatura controllata: annata 2018, dono di un amico intenditore.
La strada ci porta su un’altura, una delle poche. In lontananza una sagoma familiare: una centrale elettrica, quelle che incontri quando ti avvicini a Piacenza. Infatti andiamo a Broni, Pavia, una ventina di chilometri da lì.
Piacenza la conosco bene, come la Val Nure. La famiglia di mia madre viene da quelle parti. Da bambino e poi ragazzo, ho passato lì estati intere e un numero imprecisato – ma ragguardevole – di weekend.
Non potevo saperlo, ma quella giornata avrebbe virato in quella direzione: i ricordi. I miei, quelli di Giuseppe Maga. Con Alberaccio a confondere le acque.
Lino Maga, il padre di Giuseppe – che avremmo incontrato a breve – non c’è più.
Da Lino passavano a bere e a parlare Mario Soldati, poi Gianni Brera e Veronelli. Come se tu giocassi a pallone e al campetto venissero Pelé, Cruijff e Beckenbauer: gli piace il modo in cui tocchi la palla, come le parli. Maga e Barbacarlo: arte del vino.
Lino se n’è andato nel 2021. Rimane Giuseppe, il figlio. È lui che stiamo andando a trovare.

Parcheggiamo nella piccola corte. Ci attende sulla porta dell’ufficio. Sorride. Buon segno.
Superiamo l’ufficio: piccolo, disordinato, saturo di storie. Sembra rimasto agli anni ’70, e probabilmente non è un’impressione.
Ci accomodiamo in una sala più ampia, non meno disordinata, dove si degusta e si chiacchiera. Anche quella è una macchina del tempo: ricordi, poesia e polvere. Pare che Giuseppe non tocchi nulla, lasci tutto com’era quando c’era suo padre. Quella stanza parla, se sei disposto ad ascoltare.

“Quanto ci tratterremo da Barbacarlo, secondo te?” avevo chiesto ad Alberaccio prima di entrare.
“Non più di un’ora. Degustiamo, due chiacchiere, e via. Uno come Maga non ha tempo. Magari qualcosina di più, ma non illudiamoci”, mi aveva risposto.
Tre ore e mezza, siamo stati.
Giuseppe Maga avrà sorriso due o tre volte, compreso l’ingresso. I sorrisi, quando mancano, si notano. E oggi, da Barbacarlo, mancavano.
Giuseppe sente l’assenza di suo padre. La trasmette. È una mancanza da figlio e da sodale. Ora è solo. E non sorride.
Il Barbacarlo, vino dei re, nasce su una collina mitica. Non l’abbiamo vista: non è lì vicino. So che è una costa aspra e ripida, pendenza al settanta per cento, dicono. Coltivarla è da pazzi; allevare la vite lì è da masochisti. Eppure provi, e vedi cosa ne viene fuori. Poesia.
Davanti a noi c’è il figlio di un visionario: porta avanti l’idea del padre con tenacia monastica, come se Lino fosse ancora lì a insegnare e, poi, ad ascoltare il figlio esuberante che propone miglioramenti. È la dinamica naturale: i figli si affermano, i padri fanno da sparring. Vuoi che Giuseppe non l’abbia fatto?
Giuseppe è un contadino. Vestito da contadino, parla da contadino, con l’aria di chi la terra la guarda negli occhi.
Mi ricorda mio zio Piero. Parlo con Giuseppe e vedo Piero.
Zio Piero, Val Nure, uomo di campagna. Artigiano edile di professione, contadino nel tempo che rimane, per non lasciare ai rovi i terreni di famiglia. Lui e Giuseppe si assomigliano. All’età di Giuseppe di oggi aveva un fisico scolpito dal lavoro manuale, di giorno e di sera, a volte di notte. Io a vent’anni ero magro, lui aveva bicipiti e petto da trentenne allenato: muscoli torniti dalla fatica, e di anni ne aveva già cinquanta. Un giorno gli scattai una foto mentre tagliava l’erba con la BCS: mezza giornata nei campi. Ogni tanto lo accompagnavo. Ho ancora quella foto negli occhi, insieme al suo ricordo: a dicembre 2024 se n’è andato anche lui.
Di mio zio mi colpiva l’attaccamento viscerale alla terra: dopo una giornata in cantiere, tornava a casa e andava nei campi. Una missione.
Come se avesse un chip sottopelle che gli impartiva ordini:
– Oggi vai nei campi che devi arare
– Oggi vai nei campi che devi potare
– Oggi vai nei campi che devi seminare
– Oggi vai in vigna che devi dare il verderame
Come se ci fosse ancora nonno Francesco, e lui dovesse stargli accanto; oppure non ci fosse più, e toccasse a lui far girare ciò che era stato avviato. E al padre di suo padre prima di lui. Una catena.
Così mi appariva Giuseppe mentre parlava: familiare. Più parlava, più mi avvicinavo a lui. Come se lo conoscessi da sempre. Anche la cadenza era di casa. Broni e Piacenza non sono poi così lontane: i dialetti, alla fine, s’intendono.
“Sciacalli. Sono sciacalli!” dice a un certo punto.
È un’invettiva verso chi gli è vicino, contiguo.
Somiglia a mio zio quando inveiva contro l’ottusità che lo circondava, pur essendone – in parte – un rappresentante: protone o neutrone dello stesso atomo contadino.
Accade sempre. Nemo propheta in patria, avrei voluto dirgli. Forse gliel’ho detto.
Io e Alberaccio non sapevamo cosa aspettarci. Eravamo in quella sala polverosa, che non era cantina né sala degustazioni: nulla di canonico quel giorno. Quello spazio esisteva per scambiare, per dialogare. Lo avremmo capito dopo.

Giurerei che sia uguale a sé stessa da sempre: da quando Veronelli, Brera e Soldati si fermavano lì con Lino a bere e parlare. E Giuseppe, chissà, era bambino e già ascoltava.
Più Giuseppe parlava, più quell’accento faceva vibrare corde antiche: i miei crepuscoli a Biana, in Val Nure, quando al calare del sole arrivavano le lucciole. Migliaia. Le catturavo, ne infilavo qualcuna in un bicchiere, lo chiudevo col palmo per vedere quanta luce facevano, poi le liberavo.
Me ne sono ricordato mentre Giuseppe parlava. Gliel’ho detto.
Alberaccio mi ha lanciato uno sguardo sgomento: “Ma che cazzo dici?”.
Le lucciole le aveva viste anche Giuseppe. In campagna, negli anni ’70, c’erano: a Broni come a Biana.
Forse abbiamo rotto il ghiaccio.
Sarà un’ora che siamo lì e non abbiamo ancora degustato nulla. Solo racconti e invettive: non male, comunque.
Poi Giuseppe ci spiazza.
C’è una bottiglia aperta. Da giorni.
Ci spiega che l’ha stappata qualche giorno fa. Niente Coravin, niente giochi di vuoto: solo il tappo di sughero infilato per un terzo, come si faceva una volta.
“È un Barbacarlo del 1982!” esclama Alberaccio, gli occhi che sfrigolano, la proverbiale erre moscia che arrota la “r” di Ba(r)ba e di Ca(r)lo come due pietre focaie pronte a sprigionare scintille.
“Millenovecentoottantadue…” sussurro.

Quando quel vino è stato messo in bottiglia avevo dodici anni.
Il colore, aranciato, raccontava un’esistenza intera trascorsa in vetro: nascita, crescita, maturità. Quasi come noi.
Giuseppe ce ne versa generosamente più di un sorso, e intanto il flusso di coscienza scorre.
Alberaccio è rapito. In brodo di giuggiole, testimone di un’apparizione mistica. Ha lo sguardo di un tifoso che, dal vivo, vede il gol di Van Basten contro la Russia o quello di Maradona contro l’Inghilterra.
“Mizzega, se qui si sovraeccita Alberaccio è un bel casino” – penso. – “È capace di pestare una merda da quanto vola: l’ho già visto in contesti enologici ad altissima dopamina”.
Quel nettare, dopo quarantatré anni, aveva ancora da dire. Nessuna nota stonata: solo una lunga, sottile, sublime piacevolezza.
Mi pare irreale.
“Com’è possibile? È pure aperto da un paio di giorni, a contatto con l’ossigeno…” – penso – eppure è magnifico.
Qui ho temuto di perderlo, Alberaccio. Credevo partisse con una delle sue orazioni sul sublime nettare; invece resta muto.
Attonito, incredulo: un’apparizione degna dei testi di Battiato. Talmente colpito che non riesce neppure a pestare la proverbiale merda: indice infallibile del rapimento estatico.
Poi, chissà perché, un altro flashback. Sono con nonno Francesco, nella cantina di campagna. Infiltro la mano in un sacco trasparente pieno di tappi di sughero: ne prendo uno, lo metto nella morsa della tappatrice, posiziono la bottiglia nell’alloggiamento; mio nonno spinge la lunga leva e il tappo scivola nel collo. Bottiglia dopo bottiglia.
Lo racconto a Giuseppe: quei tappi erano pieni d’olio; sento ancora oggi l’unto sulle mani, la sacca intrisa.
“Era vaselina” – mi corregge dolce, ma fermo. Lui quella mano nel sacco l’avrà infilata milioni di volte per aiutare Lino. Per me, però, resta olio. I ricordi devono rimanere tali: intonsi.
Poi Giuseppe ci fa assaggiare un Barbacarlo 2020. Torno alla realtà; lascio i flashback e guardo Alberaccio, sempre più felice. Se la gode. Fa bene: siamo qui per questo.

Quando ci racconta che la bottiglia di 2021, in bell’astuccio di legno, è l’ultima vendemmia con papà Lino, tendiamo le orecchie.

“Ho scelto un tappo con gabbietta: annata agitata, ribelle, quasi come ai primi vini” – dice. Vedo che etichetta e cartellino celebrativo sono azzurri, ma prima leggo la dedica incisa sull’etichetta, di Giuseppe a suo padre:

“Caro Papà, anche quest’anno è arrivato il momento di iniziare la vendemmia dell’annata precedente, la 2011.
Per me non è stato facile, è già un anno che te ne sei andato e il tuo supporto mi è mancato tanto.
Grazie a te, però, ho imparato già da quando ero piccolo a lavorare nelle vigne e ad affiancare il vino in cantina.
L’annata 2011 ho voluto dedicarla a te creando un’etichetta che avevo impressa nella mente e che ho voluto realizzare per ricordarti.
Sono sicuro che chiunque guarderà il cielo ti vedrà e alzerà il bicchiere per fare un brindisi con te. Tuo figlio.”
Sono commosso. Forse Giuseppe se ne accorge. Anche mio padre se n’è andato nel 2021: gliel’ho detto.

Giuseppe ci racconta che Lino era un padre che sapeva sempre cosa fare: calmo, pacato. Lui, Giuseppe, istintivo ed esuberante, e non mancava di metterlo alla prova. Molte volte, dice. E allora non posso non notare come il Barbacarlo 2011, ultima vendemmia di padre e figlio, omaggio di un figlio all’amato padre, abbia in sé qualcosa di spumeggiante, esuberante, ribelle: il carattere di Giuseppe. Quell’annata fu curata in vigna quasi solo da lui: Lino era già stanco e malato. L’ultima annata di Lino, dedicata a lui dal figlio, è uscita con l’impronta di Giuseppe. È per questo che mi colpisce quell’omaggio.
“Mi han detto che quell’azzurro non c’entrava niente” – a un certo punto sferza la stanza. – “Mi hanno criticato come se avessi fatto una cazzata enorme, come se non avessi gusto o rispetto. Dicevano che ricordava i Puffi! I Puffi‑i‑i‑i! Ti rendi conto?”
Oddio, ecco che parte Alberaccio, penso. Invece no: lo rincuora. Lo invita a fregarsene del giudizio altrui.
Bravo, Alberaccio. Poteva finire a schifìu, e invece eccoti qui: paterno, accogliente. Giuseppe annuisce.
Me lo immagino, Giuseppe. Una vita accanto al padre: mostro sacro dell’enologia contadina, sodale di Veronelli, Brera e Soldati. Sempre all’“ombra” dolcemente ingombrante di chi ha fatto della ritualità e dell’ortodossia dei gesti una poetica, un savoir‑faire. Lino Maga era tradizione e fermezza. Tutto fuorché marketing e modernità. Le sue bottiglie erano scrigni contadini: non promettevano precisione o prevedibilità, ma libertà e spontaneità della terra, ottenute con liturgie pazienti. In quell’aria, per anni, c’era poco spazio per i cambiamenti: immagino che Giuseppe lo abbia respirato.
Per questo l’etichetta azzurra ha, per lui, un grande valore: omaggio a suo padre e, insieme, piccola deviazione creativa. Una libertà sacrosanta nel perimetro del rispetto. In fondo è “solo” un’etichetta che accompagna un vino‑capolavoro: il vino è lo stesso di sempre, quello che facevano Lino e Giuseppe. Che male può fare un guizzo fuori dallo spartito?
Guardo Alberaccio in cerca di alleati. Bisogna trovare un modo per attraversare questo turbine emotivo. Sposto appena la testa e lo vedo: anche lui cerca un appiglio. La svolta, però, arriva da Giuseppe.
“Ho scelto l’azzurro perché mi ricorda il cielo, il cielo sopra di noi in vigna” – confida.
Eccolo, l’omaggio: il cielo come tetto della loro casa, la vita all’aperto, la collina ripida.
Alberaccio sa molto di vini ma non di quella collina: non l’ha mai vista neppure in foto. Penso che andremo insieme a guardarla, portando una bottiglia di Barbacarlo. La berremo con la collina negli occhi, pensando a un mondo che non c’è più e di cui abbiamo avuto la fortuna di vivere le ultime manifestazioni, da testimoni sopravvissuti.

In alto i cuori, in alto i calici.
Viva Lino. Viva Giuseppe.
Si fottano i Puffi.
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