Banino bianco 2024. Antonio Panigada

data degustazione: 16/08/2025

Banino.
Ma ti sembra il nome per un vino?
Banino.
Ma che nome è?
Ne parliamo dopo. Dopo ci torniamo.

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L’etichetta.
Gotica. Il lettering gotico.
E quell’illustrazione, due uccellini appollaiati su un ramo di vite. Che se uno lo descrive sembra kitsch.
E invece no.
È strano. Non straniante, strano e bellissimo.

E poi la descrizione del vino scritta davanti. Davanti, non dietro.
Con la numerazione della bottiglia, in bella vista. Sempre davanti.
Panigada.
Non è un iconoclasta. È uno che ne ha viste. Tante. E lo si capisce.
E ne sa. Tante.
Libero. Dalle mode, dagli schemi, dalle convenzioni.
Uno che non deve dimostrare niente a nessuno.

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Fa un vino bianco fermo. Sauvignon, Chardonnay e Riesling renano.
Colline marine. A Bolgheri penseresti.
E invece no.
A Milano.
Pardon. San Colombano al Lambro.
Che è Milano, quasi, più che Oltrepò.

Raccolta a mano. Cassette. Sei mesi sui lieviti.
Vasche in cemento.
Niente microfiltrazione

Un vino fatto bene.
Artigianale.
Quasi “del contadino”.
Ma “del contadino” nel senso buono, non nel senso da cartolina.
Naturale sì, ma senza fanatismi. Naturale con giudizio.
Con passione, amore, fatica, ma senza dogma.
Quando lo bevi capisci che è fatto da chi sa.
Da chi sa come fare e cosa fare.
E lo ripeto perché certe cose vanno ripetute.
Panigada è un vignaiolo indipendente.
Con una visione, una poetica che dal Banino traspaiono.

E l’etichetta ?
Più la guardi e più ti accorgi che è roba d’artista.
“Collina del milanese”, c’è scritto.
Che poi è vero. Anzi, è proprio vero.
San Colombano è provincia di Milano.
E allora sì, collina del milanese.

E mi piace che lo scriva.
Perché non è che dire “Milano” e “vino” ti faccia guadagnare punti.
Vino, Milano, smog, cemento.
E invece lui se ne frega. E scrive Milano.
E così diventa quasi esotico.

Io ho bevuto la bottiglia 1.522 di 3.300. Un IGT in serie limitata, numerata.
Panigada ti piazza tutte queste chicche insieme, una dopo l’altra, concentrate nell’etichetta.
Fossimo sul ring mi avrebbe già suonato per bene.
Un gancio, un montante.
Non li vedi arrivare.
E poi buio.
E sei giù.
E però sorridi, da terra.
Perché capisci che c’è un pensiero non convenzionale.

E infatti scrivo della bottiglia vuota. Perché scrivo giorni dopo. Che per l’AIS è una bestemmia.
Ma Panigada iconoclasta, io iconoclasta.
Mi fido della memoria.

Il colore: Paglierino, riflessi dorati.
Il naso: Intenso, fruttato, complesso quel tanto che basta.
Di più non dico, perché non voglio fare la scheda AIS.
Che Panigada, la scheda AIS, non la sopporterebbe.

E in bocca?
Sorprende. Ma piano.
Poco a poco.
L’ho bevuto tre giorni, con la pompetta aspira-ossigeno.
Il primo giorno: convincente. Un leggero sentore vinoso, appena accennato.
Non che fosse forte. Non che disturbasse davvero.
Ma c’era.
E io non lo amo.
Non l’ho mai amato.
Poi sparisce.
E allora capisci che è parte della filosofia di Panigada.
Che ci sta.
Non che io mi sia convertito. Ma ci sta.

E intanto il vino tiene.
Regge.
Si scarica piano.
Lo apprezzi anche al terzo giorno.
Io, cintura nera di bottiglie aperte e richiuse, lo posso dire: il Banino tiene.

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La cantina.
Io e Alberaccio, con Vito, lo scudiero di Panigada.
Piccola. Molto piccola. Buia. Affascinante.
Senza fronzoli.
Mi ha ricordato quella di mio nonno Francesco, contadino.
Solo più grande. Più ordinata.
Ma sempre piccola.


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E quelle bottiglie vecchie.
Impolverate.
Dimenticate.
Che Panigada neanche le vede più.
Ci passa davanti e basta.

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Noi invece lì, fermi.
Noi che le guardiamo come rabdomanti.
Come cercatori d’oro. Noi che vediamo una pagliuzza e tremiamo.
Tremiamo come ragazzine davanti all’hotel di Simon Le Bon. Con gli occhi che brillano.
Come ragazzine che strillano.
Che si strusciano tra di loro.
E Alberaccio soprattutto.
Che nella vita non è uno sentimentale.
Ma lì sì.
Lì diventa una ragazzina.
Una ragazzina cinquantenne.
Io quasi come lui.


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E Banino perché?
Perché gli abitanti di San Colombano si chiamano Banini.
Dal monaco irlandese, San Colombano, che nel VI secolo lì piantò la vite.
Vocazione pura.

E lui, Panigada, prende quel nome e lo mette sull’etichetta.
Geniale.
Un’altra delle sue.
Un nome che richiama radici, comunità, identità.

E la seconda sorpresa di quella giornata?
Barbacarlo.
Ma quella, la racconto un’altra volta.

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