Data degustazione: 28/04/2025
Terroir:
roccia sedimentaria presente nel Western Cape del Sudafrica, parte del Malmesbury Group, un complesso geologico antico di oltre 600 milioni di anni, composto da scisti, filladi e scisti metamorfici. Deve il suo nome alla cittadina di Malmesbury, situata nel cuore della regione.

Azz’, quanta barrique… già solo al naso! Muscoli ovunque, come a dire: “Guarda che roba sto Chenin Blanc”.
Che poi, a dirla tutta, è anche un po’ sciropposo. Questa barrique spinge parecchio eh…
Ma c’è davvero, poi, questo passaggio in barrique? Boh. Mi sa che devo andare a consultare la scheda tecnica.
Sucking (Suckling, pardon) gli ha dato 91/100. Dovrei forse tenerne conto. Oppure fregarmene, come Bukowski insegna, e recensire libero.
Proprio come quando ti mettono su una Ducati nuova di pacca accanto a Claudio Domenicali (CEO Ducati NdR) e devi comunque dire quello che pensi, altroché.
Vero che al naso c’è frutta tropicale…
Super bilanciato, no.
Sennò sarebbe elegante, magari, ma pure più anonimo.
Siamo sicuri che non ci abbiano versato dentro una bustina di aromi liofilizzati?
Ovvio che no, siamo in Sudafrica.
Devo solo capire meglio dove, ma comunque il clima è quello buono per tirar fuori grandi vini.
Mica siamo a Scampia, che lì, tra una bustina e l’altra, rischieresti davvero.
In bocca è un’orchestra tesa, di quelle dove alcuni strumenti se ne fregano dello spartito e vanno per conto loro.
Frutta tropicale in primo piano, più un legno speziato che non molla fino al gran finale.
Però adesso mi tocca scoprire se il legno c’è davvero o no.
Giuro che, se mi sbaglio, mi faccio scomunicare da Alberaccio.
Niente, non si capisce!
Sul sito del buon Julien Schaal ci sono tutti i vini… tranne questo.
La mia assistente dice che, visto lo stile della casa – terroir e freschezza – magari il nostro Chenin Blanc è stato vinificato in acciaio o in botti neutre per non snaturarlo.
Se è così, Alberaccio, ti prego: pugnalami con una lama da cosacco.
Voglio la ferita.
Me la merito.
Ma chi è Sophie Schaal?
Moglie? Figlia? Nipote? Boh.
Facciamo come Indiana Jones: andiamo sul web.
Ah, eccola!
È proprio la moglie di Julien Schaal.
Sophie è enologa, e come il marito ha perso la testa per il Sudafrica, dividendosi tra Alsazia e vigneti laggiù.
Chapeau.
Questi Schaal sembrano un altro Giovanni Rosso: uno abbaia all’Etna, l’altro sussurra al Capo di Buona Speranza.
Anche loro hanno stampato la provenienza sul tappo, e onestamente l’avrei fatto anch’io.
Prima di giudicare, guarda da dove arriva quella bottiglia.
Tornando al parallelo: Giovanni Rosso si spara 1000 km da Serralunga d’Alba all’Etna, mentre gli Schaal hanno preso il volo dall’Alsazia al Sudafrica, tipo 9.000 km.
Coppietta di vignaioli veri, quelli che i voli intercontinentali non li temono.
Solo Marchionne li batteva: lui sì che superava tutti, altroché.

Sul sito parlano anche di sostenibilità.
Sì, certo, un po’ come il Circus della Formula 1 che spinge sulla benzina sostenibile ma poi sposta bisarche di bolidi in giro per il mondo.
Vabbè.
Nessuno è perfetto.
Ma sto Chenin Blanc?
Al naso frutta tropicale, l’ho già detto.
E in bocca?
Di nuovo frutta tropicale.
Quale?
E che cazzo ne so… non ho ancora fatto il corso AIS.
Comunque roba tropicale.
Equilibrio?
Così così.
Potenza?
Tanta.
“La potenza è nulla senza controllo”, ricordate Carl Lewis nei 90?
Ecco: Born of Fire è tipo quello spot, solo che qui gli aromi sciropposi sono un po’ come se Turandot avesse steccato alla Scala.
Qualche fischio se lo prende.

Poi, a bottiglia aperta da un po’, tutto migliora:
il vino si ripulisce, si equilibra, si fa più piacevole.
Meno urla, più melodia.
In sottofondo, intanto, parte Sister Sledge con “Reach Your Peak”, ed è perfetto: un richiamo al tropicale senza strafare, tutto ritmo e sensualità.
Subito dopo, Bobby Womack & The Brotherhood ci mettono sopra un altro strato di soul con “One More Chance on Love”.
Ed è lì che anche Born of Fire trova finalmente il suo ritmo giusto.
A proposito: la barrique che sentivo?
Esiste, eccome.
Sette mesi in barrique e in vasca.
Meno male.
Se ne facevano meno, era anche meglio, ma va bene così.
Appena in tempo: Alberaccio era già lì con il machete in mano, pronto a farmi a fettine.
L’etichetta?
Bella.
Font interessante, impostazione anglosassone senza strafare: niente egocentrismo francese da sciovinisti, grazie.

Voto etichetta: 24/30.
E il tappo con il Cape of Good Hope?
Marketing spinto, certo, ma chi non l’avrebbe fatto?
Meglio il Capo che il Rosso Rubicone di Santarcangelo, senza offesa.
Prezzo?
15 euro.
E un sorso di Sudafrica, alla faccia dei voli intercontinentali.

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